KIGALI 10 GIORNI DOPO, QUEL SET IRIDATO NON ERA EFFIMERA RIBALTA: L’EREDITA’ DI TADEJ

Dici Kigali e pensi alla down- town illuminata della Capitale Rwandese, la sera della vigilia della rassegna iridata che ha tenuto banco non solo sugli schermi delle tv di tutto il mondo: se si trattava di una notte prima degli esami quelli sono stati ampiamente superati ed il merito principale della manifestazione era ed è l’aver contribuito ad una narrazione positiva dell’Africa. Lunedì 29, insomma, nel Paese delle Mille Colline e in tutto il Continente lo smontaggio del mastodontico set delle gare cedeva il posto alla volontà di cogliere nella sua interezza le tante potenzialità legate al binomio con la bicicletta espresso in modo unico dal Mondiale. Sì, l’Unione Ciclistica Internazionale sapeva che una rassegna iridata all’equatore non sarebbe stato azzardo, basandosi sulla cultura sportiva della nazione e sugli investimenti strategici nell’attrazione di questa o quella disciplina (già si parla di Formula 1 a Kigali). Ammesso e non concesso che si possa per un attimo mettere da parte la faraonica sponsorizzazione di Visit Rwanda nei confronti dei principali club calcistici europei (aggiungiamoci il recente accordo stipulato con le compagni di Nba targate Los Angeles), lo sport ha dispiegato tutta la propria potenza unificante, rispondendo pienamente agli sforzi mirati alla mondializzazione. La sfida aperta ha il volto di chi come Freddy Kamuzinzi, direttore del Tour du Rwanda, partirà «con nuovo slancio garantito dal Campionato del mondo per dar vita alla prossima edizione della corsa a tappe che richiama in strada una vera moltitudine». Jean Claude, guida turistica ed allenatore di giovani ciclisti, aggiunge: «Dopo quanto abbiamo vissuto sappiamo che basta continuare la semina, concentrandoci nel rendere più fitto il calendario o nel migliorare la dotazione di biciclette». Ecco, direttamente dalla testimonianza di un addetto ai lavori, il senso racchiuso anche nelle azioni su scala continentale ispirate ad un motto “più bici, più corse”. E più campioni? In Rwanda, va detto, le due ruote senza motore (non gli imperversanti ed economici mototaxi con cui ci si sposta in città) sono mezzo fondamentale per trasportare un po’ di tutto, mega caschi di banane, porte, bidoni del latte, fascine in bamboo. Vero come vero che il ciclismo agonistico ha trovato un terreno fertile nel diffondersi, il resto lo deve fare il coordinamento dell’attività, la diffusione promozionale tra le giovani generazioni di tutta l’Africa, il valore dell’esempio fornito dalla stella di un intero Continente, Biniam Girmay: «Il potenziale è enorme, mettendo le nazioni africane nelle condizioni ottimali per agire non vedo perché qualche africano non possa ambire ai massimi traguardi dei grandi giri o delle classiche» spiega con cognizione di causa il campione eritreo, maglia verde al Tour 2024. L’attività ciclistica diventa così rappresentazione plastica di ambiziosa proiezione futura, perché, senza delineare agiograficamente un Eldorado, Kigali 2025 ha davvero fatto da punto di svolta epocale. C’è, nello specifico, un quadro economico favorevole che fa dire al nostro console onorario Giovanni Davite: «Questa è la Svizzera africana». Indicatori di crescita rispecchiano una più generale rinascita, traiettoria resiliente dopo il genocidio del 1994 che portò alla morte di un milione di tutsi in Rwanda. Tragedia immane che non ha offuscato le parole speranza e coesione accostate al tributo di memoria. Non siamo solo saliti sull’effimera ribalta di un riuscitissimo appuntamento sportivo. C’è dell’altro, un cammino e anzi una pedalata intrapresa.

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