Una doppietta trampolino di lancio

Il senso di “Natalino” per il Rwanda

Possiamo dirlo senza tema di smentita: a Vinci si trova la più alta concentrazione di vincitori eritrei del Tour du Rwanda. Natnael “Natalino “Tesfatsion ed Henok Mulubrhan, che fanno base nel centro fiorentino in cui nacque Leonardo, sono stati festeggiati come eroi al ritorno nel loro Paese, nella capitale Asmara, dopo aver vinto la principale corsa a tappe africana, evento che per entrambi si è rivelato importante, fondamentale trampolino di lancio. «Nel 2020, ero ancora ventenne quando vestendo i colori della mia nazionale misi a frutto la condizione maturata alla Tropicale Amissa Bongo, chiusa al secondo posto. In Rwanda conquistai tappa e maglia il quarto giorno, in una edizione dove c’erano anche Mulubrhan e Girmay, che in quella competizione aveva vinto giovanissimo una tappa l’anno prima, guadagnadosi così il contratto con la Delko Marseille». Reduce dall’Australia e sempre più inserito nel World Tour, nonchè passato nel 2025 dalla Lidl Trek alla Movistar, “Natalino” firmò con l’Androni dell’indimenticato Gianni Savio proprio grazie al primo posto conservato con tenacia ed intelligenza fino a Kigali, dove l’ottava frazione affrontava anche l’iconico Mur de Kigali. Cobblestone o cubetti di porfido che dir si voglia, quell’arrampicata in pavè inserita all’interno dei prossimi campionati mondiali di ciclismo su strada è rimasta impressa a lui come al connazionale dell’Astana, che vinse proprio la tappa finale nel 2023, mettendo il sigillo al successo assoluto. «La notorietà che mi ha dato il Tour du Rwanda? Tanta. Un gran bel ricordo, anche se un po’ i percorsi li ho dimenticati, ma soprattutto sapevamo e sappiamo tutt’oggi quanto questo sia lo spartiacque per la carriera di un corridore africano ambizioso(e talentuoso lo vogliamo aggiungere? ndr)» – spiega Tesfatsion richiamando l’accoglienza ricevutta ad Asmara, «una città non così oberata dal traffico, dalla quale si esce facilmente trovando percorsi d’allenamento tranquilli e sicuri»- aggiunge corroborando con la testimonianza diretta un dato rilevato anche da un’antropologa italiana, Milena Belloni, nello studio dall’eloquente titolo “Cycling Heaven: the African capital with no traffic”. «La naturalezza dell’andare in bici(termine mutuato dall’italiano e retaggio coloniale, ndr) si vive con le prime sfide spontanee tra amici, il fermento attorno al mondo delle due ruote che percepivo da bambino non è certo scemato, anzi. C’è un chiaro effetto moltiplicatore d’interesse. Avete sentito parlare di un certo Biniam Girmay?» – scherza il 25enne della Movistar, in procinto di partire per il Portogallo. Aveva iniziato con il calcio, poi a 14 anni la folgorazione per le due ruote. Tornato al Tour del Rwanda nel 2022, quell’anno avrebbe dovuto spalleggiare il leader designato in Androni, ma un malanno del capitano colombiano assegnò nuovamente i galloni all’eritreo che nel 2021 aveva disputato in modo arrembante la Tirreno Adriatico, una lusinghiera Coppi e Bartali, il Giro d’Italia, corso già tre volte nella sua carriera in ulteriore evoluzione. Della bontà della prestazione dei suoi connazionali dal 23 febbraio al 2 marzo sulle strade rwandesi Natalino è più che convinto, non per mera professione di fiducia. Prima dei saluti una domanda d’obbligo: cosa rappresenta la rassegna iridata per il Continente tutto? «L’attesa per il Mondiale è tanta, può essere davvero un’ulteriore impulso al ciclismo in ogni paese africano, dove sono già stati compiuti evidenti passi in avanti, non solo da noi in Eritrea, una nazione leader. L’auspicio è che si tratti di una festa, superando l’attuale situazione di conflittualità nei rapporto tra Rwanda e vicino Congo».

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